“Undici” di Mark Watson | Recensione

Bentornati tutti,

come procede Maggio? Noi non ci lasciamo buttare giù dai tantissimi impegni e continuiamo a tenervi compagnia, sperando di essere sempre fonte di ispirazione per la vostra prossima lettura. Quest’oggi in particolare io voglio lasciarvi la recensione di “Undici” di Mark Watson, un libro scovato alle bancarelle un anno e mezzo fa e che da troppo tempo era rimasto non letto.

Il protagonista di questo libro, pubblicato da Einaudi che era l’anno 2011, è Xavier Ireland, nato Chris Cotswold, un australiano di nascita che da cinque anni si è abituato ai ritmi della capitale inglese, Londra. Xavier fa il dj di notte, in una trasmissione che ha per titolo “Le linee della notte”, e dispensa consigli alle tante anime preoccupate che lo chiamano cercando conforto. Di giorno, però, si tiene lontano da tutti, convinto che non si possa evitare il proprio destino e che lui comunque non possa fare nulla per migliorare la situazione. Questo suo atteggiamento lo porta a negare l’aiuto a un ragazzino vittima di un pestaggio e ciò scatenerà una serie di eventi che finirà per collegare undici persone diverse, sconosciute tra loro ma collegate da quel filo che tiene unite le loro azioni, cominciando appunto da quella del DJ australiano.

L’atteggiamento iniziale del protagonista è cinico e controverso, tutti lo reputano una persona buona e sensibile, ma nessuno sa che nella vita reale si diverte a fare slalom tra i diversi pericoli che potrebbe incontrare, evitando di fare anche il gesto più piccolo. Quella di Xavier è solo una facciata, costruita per dimenticare la vita che aveva fino a cinque anni a Melbourne, per dimenticare quel ragazzo che era stato finora, pronto sempre ad aiutare, fino a che proprio questa sua cordialità aveva finito per distruggere tutto ciò che aveva costruito. Ma scappare da ciò che si è non serve a niente e Xavier non lo capirà fino a che qualcuno con qualche pelo in meno sulla lingua gli rivelerà la verità.

Il messaggio importante che questo libro vuole darci è che non importa quanto piccolo e inutile il nostro gesto potrebbe sembrarci, non dovremmo mai rinunciare a compierlo perché lo si ritiene tale. Ciò che facciamo, nel nostro piccolo sarà sempre meglio di quello che, invece, potrebbe accadere se restiamo fermi: noi forse non lo vediamo, ma anche ogni cosa che non facciamo porta a milioni di conseguenze e non sia mai che una di queste ritorni prima o poi, proprio da noi. Non possiamo certo trascorrere la vita a riflettere su quello che potrebbe accadere se prendiamo questa o quella decisione, potremmo rischiare di non vedere mai il mondo e non vivere mai la vita. Non è detto, ovviamente, che ogni nostra azione non porterà mai a qualcosa di spiacevole, l’ora delle favole è passata ormai da un pezzo e sappiamo che certi momenti arriveranno e basta, ma sarà sempre meglio agire che rimanere fermi a fissare il vuoto.

La lettura è incalzante, la trama è abbastanza originale – almeno io non ho mai letto nulla di simile – e non scade nel banale. La storia scorre velocemente e ci costringe a vedere la vita con occhi diversi.

Ricordo che quando lo scavai in quella bancarella di libri usati notai sulla quarta di copertina la frase “Se vi è piaciuto “Un giorno” di David Nicholls, questo è un libro per voi” e siccome a me è piaciuto, e mi era piaciuto anche “Un giorno”, penso di poter affermare che “11” di Mark Watson potrebbe piacervi se anche voi vi trovate nella mia stessa condizione.

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Tschüss, Em.

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