Tutta la luce che non vediamo| Recensione

Salve a tutti lettori,

oggi voglio parlarvi di un libro che ho desiderato per tanto, troppo tempo e finalmente sono riuscita a leggere “Tutta la luce che non vediamo” di Anthony Doerr, premio Pulitzer 2014. Da amante dei libri ambientati in periodo di guerra, mi sono innamorata a prima vista della trama di questo: i protagonisti sono Marie-Laure, parigina cieca dall’età di sei anni e Werner, tedesco orfano con un passione per l’ingegneria elettrica. Il romanzo ci narra le loro vite facendo avanti e indietro tra un passato precedente alla seconda guerra mondiale e un presente che vede i tedeschi quasi sconfitti.

I presupposti per un bellissimo romanzo struggente e nostalgico ci sono tutti, ma a lettura conclusa ritengo che questi non siano stati sfruttati a dovere.

La storia dei due ragazzi comincia e il lettore viene rapito dal desiderio di sapere, le pagine scorrono in attesa di qualcosa che tarda ad arrivare, e si aspetta… si aspetta… ma invece di andare avanti con la storia, si torna sempre indietro. Tutto ciò a causa del mezzo stilistico utilizzato da Doerr per narrare la sua storia: minuscoli capitoli, di circa 3 o 4 pagine, che si interrompono e passano il testimone a un altro personaggio e un altro periodo storico. Questo ammetto che mi ha leggermente innervosita, poiché in tal modo al lettore non viene data la possibilità di lasciarsi andare a un determinato momento/scena perché questo/a subito cambia. Sicuramente l’autore lo avrà fatto anche per aumentare la suspence, ma di questa ce n’è comunque poca e tutto ciò che provoca è confusione e stizza. In pratica il libro passa aspettando qualcosa che non accade mai davvero, perché anche quando ci siamo quasi, l’autore decide di rovinare tutto dividendo di nuovo delle strade che si erano appena incontrate.

E poi tra le storie dei due ragazzi c’è la leggenda di una pietra magica, che sembra essere strettamente legate alle vite di tutti i personaggi, ma poi non si capisce comunque che fine aveva. Ammetto che a fine libro ho faticato a capire che intenzioni avesse lo scrittore con essa.

In generale il romanzo finisce lasciando al lettore un perché ancora più grande e un finale abbastanza inutile, che poteva essere accorciato notevolmente, almeno secondo i miei gusti. Questo perché nelle ultime 80/90 pagine non avviene nulla di significativo, lo scrittore si limita a giocare con le vite dei personaggi rimasti, continuando il trucco dei capitoli piccoli e mischiati, scrivendo scene ideate solamente per far commuovere il lettore.

Tuttavia nonostante l’espediente narrativo di poco gradimento, avrei potuto apprezzarlo maggiormente se l’idea iniziale fosse stata sviluppata in modo migliore, se l’autore fosse stato in grado di soddisfare le aspettative che crea all’inizio. Probabilmente la sua idea era quella di essere originale, ma per me rimarrà una storia carina, niente di più, sicuramente non abbastanza per vincere un premio Pulitzer.

Ci sono libri che aspetti di leggere e di cui ti innamori e poi ci sono i libri che desideri, desideri e poi ti deludono così tanto che non puoi fartene una ragione; e purtroppo “Tutta la luce che non vediamo” appartiene alla seconda categoria.

Tschüss, Em.

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