Racconti dell’età Jazz | Recensione

Ed eccoci qui, il weekend alle porte e io vi parlo della mia ultima lettura: I racconti dell’età jazz di Francis Scott Fitzgerald. Sì, molti di voi lo conoscono, alcuni ne hanno solo sentito parlare, altri hanno solo letto “Il grande Gatsby”, altri ancora hanno visto solo il film – non commento il ragazzo in stazione che mi ha detto che pensava fosse un film e non un libro – pochi hanno letto altri suoi romanzi. Io sono al suo terzo scritto che sicuramente è stato molto più soddisfacente del secondo che ho letto.cover

Come ben potrete dedurre dal titolo è una raccolta di racconti ambientati tutti negli anni ruggenti, quando prevaleva il grande sogno americano e tutti cercavano di realizzarlo a modo proprio. All’interno di questa categoria c’è una vasta galleria di personaggi: a cominciare dai comuni ricchi e poveri fino agli innamorati, i vecchi e gli scansa fatiche. Sembrano personaggi molti diversi fra loro, ma a un occhio più attento hanno qualcosa in comune: una nostalgia che li colpisce improvvisamente, un rimorso, una paura di agire o una sconsideratezza. Vi sono i racconti più piccoli di cinque pagine e quelli più grandi di trenta, ma tutti finiscono lasciandovi una sensazione strana, un po’ inspiegabile: a parte la nostalgia ce ho provato alla fine di tutti, alcuni mi hanno fanno sentire come se mancasse qualcosa, altri mi hanno fatto venire voglia di agire e non stare mai ferma, altri mi hanno messo tristezza – lo conoscete vero il curioso caso di Benjamin Button?

I miei preferiti sono stati “Primo Maggio” e “Il diamante grosso come l’Hotel Ritz“, quello che ho apprezzato di meno è stato il primo ” Jelly Bean“. Nel primo tre eventi con i loro protagonisti si incrociano tra la giornata del primo maggio e la mattina del due, con risultati un po’ disastrosi e irrimediabili. I personaggi mi hanno affascinato da subito e mi è piaciuto il modo in cui Fitzgerald li fa scontrare. Il secondo, invece, all’inizio mi aveva lasciato allibito, in quanto gli amici del protagonista sono un tantinello strani, ma alla fine mi ha fatto ridire e trovo che il finale abbia molto da insegnare. Infine “Jelly Bean” non mi ha lasciato nulla, il ragazzo mi ha fatto solo una gran pena e non ho trovato granché differenza dall’inizio alla fine; un racconto troppo statico per i miei gusti.

Infine ho apprezzato le piccole note che l’autore ha lasciato all’inizio di ogni storia, un po’ per spiegarci come sono nati e i motivi e che lo hanno spinto a scriverlo, e un po’ per raccontarci dove e quando sono stati pubblicati la prima volta.

Se siete in cerca di qualcosa dell’autore da leggere, questo ve lo consiglio sicuramente: ha il suo da insegnare e trascorrerete delle piacevoli giornate in compagnia di personaggi un po’ fuori dal comune.

Tschüss, Em.

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