Una pedina sulla scacchiera | Recensione

Anche questo mese non manca il consueto “domino letterario” al quale abbiamo partecipato con un libro di Irène Némirovsky: Una pedina sulla scacchiera.

Christophe Bohun è impiegato nella vecchia azienda del padre – un tempo ricco e temuto – che dopo il fallimento ha dovuto cedere al socio. Christophe non ha ambizioni e desideri, non ha ricordi, valori o speranze per i quali valga la pena continuare a vivere, la sua vita scorre senza particolari emozioni. La solita routine oscilla tra lavoro in banca e la casa, dove lo aspettano un figlio troppo lontano – che si avvia a seguire le orme del padre inconsapevolmente,  pur non volendo – una moglie che ha sposato troppo giovane – che probabilmente non ama – e una vecchia cugina, un tempo sua amante.una-pedina-sulla-scacchiera

Questo piccolo romanzo fu tra i primi scritti della scrittrice, ma le valse molte critiche da parte delle testate giornalistiche, le quali affermavano che non era all’altezza di David Golder e si soffermava, ancora una volta, su figure di ebrei capitalisti e dediti solo al denaro; in breve fu quasi accusata anche di antisemitismo – lei che pure ebrea era. Mi permetto però di dissentire perché in queste pagine si legge già il suo stile maturo, diverso e spietato: la sua penna non lascia scampo a nessun personaggio che descrive, li inchioda e li condanna versando l’inchiostro sulla carta.

Christophe sembra nemmeno rendersi conto del gioco in cui è invischiato, la sua vita è frutto di decisioni altrui e l’unica cosa di cui ha consapevolezza è che ormai nulla sembra valere la pena. Perché andare avanti quando non si prova più nulla? La noia lo prende al punto che non sfrutta nemmeno quelle occasioni che potrebbero renderlo ricco, vendicarsi di coloro che lo hanno preso in giro e riscattarlo. E forse il padre ha ragione, forse la loro generazione è debole, pigra, mediocre, pusillanime… forse noi ci siamo mangiati tutto … e forse loro hanno i denti allegati.

In poche parole famose la Némirovsky sembra rivelare l’intero succo del romanzo, l’incapacità delle prossime generazioni che lei sta vedendo con i suoi occhi nella società e nel governo francese; e questa incapacità si rispecchia anche nel figlio di Christophe, Philippe, che si crede diverso, convinto di aver imboccato una via migliore del padre, ma è in realtà solo una parallela che ha la stessa meta. La moglie, Geneviève, è una figura senza caratteristiche, vuota, conforme alla massa, che si accontenta della sua vita vuota e della sua famiglia – o forse fa finta di non accorgersi di nulla, di non provare nulla? – mentre l’amante-cugina Murielle si è abbandonata allo scorrere del tempo, aspettando la morte, e questo si riflette esteriormente, nella sua figura invecchiata precocemente.

Un romanzo riuscito e, come scrissero al tempo della pubblicazione, probabilmente chi lo aveva largamente criticato come non all’altezza della scrittrice, non lo aveva giustamente compreso. Tra pensieri inutili si nascondono, contemporaneamente, perle di saggezza che aspettano solo di essere scoperte dal lettore.

Un romanzo degno del suo nome, che non ha deluso le mie aspettative e ho concluso con profitto. Consigliato Sicuramente.

Tschüss, Em.

[Voti: 1    Media Voto: 2/5]
Ti è piaciuto il post? Condividilo!

I commenti sono chiusi.