La preda | Recensione

Non potevo lasciare il 2016 senza aver letto un altro libro della mia scrittrice preferita, Irène Némirovsky, e così ho scelto di leggere “La preda”, libro abbastanza piccolo, ma con una trama interessante.

Il protagonista è Jean-Luc, giovane parigino squattrinato, innamorato del successo, più che dei soldi, disposto a tutto pur di entrare nell’élite parigina ed essere presentato alle giuste persone. L’unico a rendersi conto dell’errore che sta commettendo è il padre che, sul letto di morte, gli lascia un avvertimento che comprenderà solo quando è troppo tardi.

“Non bisogna soffocare la propria giovinezza. Lei, poi, si vendica. L’ambizione e il calcolo sono passioni da uomo maturo. È come se all’inizio della vita ognuno di noi dovesse spendere una certa quantità di leggerezza, di accecamento, di follia. Più tardi penserai al resto…”

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Jean-Luc che cattura nella sua rete più di una preda per raggiungere il suo obiettivo e sacrificare la sua giovinezza, ritrovarsi a trent’anni già vecchio e con il cuore arido.

All’inizio ho pensato a una copia leggermente modificata di David Golder: sebbene l’ambientazione sia diversa, il protagonista si trova in circoli simili, circondato da persone che non provano nulla, ma creano legami solo per poterli sfruttare a tempo debito. Conoscendo più a fondo Jean-Luc ho poi capito che non è solo l’obiettivo a renderli diversi – per l’uno è il denaro, per l’altro il successo – ma anche ciò che hanno nel cuore. Anche se in modo quasi impercettibile, Golder appare agli occhi del lettore più umano di Jean-Luc.

Ho inizialmente provato odio per quest’ultimo, proprio per il suo essere cinico, infine pietà perché, proprio chi per anni ha cercato una preda, è rimasto intrappolato nella sua stessa rete. Una mossa falsa e ci si trova in balia della propria ossessione, di ciò che è mancato per tutta una vita, della solitudine e di un amore irrazionale scoppiato improvvisamente. Irène Némirovsky non poteva, di certo, scegliere un titolo più appropriato: non si è mai tanto preda di qualcuno, fino a quando non lo si è di se stessi.

“Passi la vita a combattere, affannato, disperato. A un certo punto pensi di aver vinto, ma invece le umiliazioni, gli insuccessi, le delusioni, i disastri, si sono sedimentati dentro di te, aspettano il momento giusto, e un bel giorno vengono a galla tutti insieme e ti soffocano, come se la debolezza del bambino che ri stessi in agguato nel cuore dell’uomo, pronta a sconfiggerlo, pronta ad annientarlo.”

Lo stile è incisivo e secco quanto basta, descrive, come sempre, la società parigina dell’epoca mettendo a nudo tutti i difetti, le ipocrisie e i complotti. E in particolare questa volta Irène mostra la vera debolezza di quegli uomini politici: il voler cercare l’ammirazione sempre e comunque, dimostrare la loro potenza.

Non rientra nei miei preferiti in assoluto della scrittrice – la mia top three rimane attualmente la stessa – ma mi lascia, comunque, molto soddisfatta. Sicuramente consigliato a chi ama il suo modo di scrivere o chi vuole farne meglio la conoscenza.

Tschüss, Em.

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  • Giuro, giuro che quest’anno leggo “Suite Francese” ahahahah Mi stai convincendo pian piano del suo stile :3

    Ps. Sì, sto recuperando le recensioni che non ho letto ahahah

    • Em

      La Némirovsky va assolutamente letta! 😉