La pianista di Auschwitz | Recensione

Recentemente ho letto “La pianista di Auschwitz” di Susy Zail e mi sono fermata a pensare che negli ultimi anni capita sempre che a gennaio legga un libro sull’Olocausto.

Questo, come tanti altri prima, è la storia di un’esperienza in un campo di concentramento, precisamente Birkenau. Hanna Mendel ha quindici anni e ama la musica, sogna di diventare una pianista famosa e da quando aveva 7 anni non è passato un solo giorno senza che si esercitasse sul suo Augustus Förster. Tuttavia nel momento in cui si troverà a lasciare l’Ungheria, suo paese d’origine, per raggiungere il campo sarà molto di più quello a cui dovrà rinunciare.

Questo libro, come tanti prima, è una storia di resistenza e di coraggio. Divise dal padre e dalla madre, ormai impazzita, Hanna ed Erika dovranno combattere insieme ogni giorno per non perdere la speranza di raccontare al mondo cosa hanno visto e cosa gli hanno fatto. Proprio per questo motivo Hanna deciderà di fare il provino per diventare pianista del direttore del campo: sebbene solo l’idea di suonare e intrattenere quell’assassino la disgusta, capirà che in certe situazioni bisogna afferrare qualsiasi possibilità di sopravvivenza.

Eppure questa è ancora la storia di un amore, quello per la musica, qualcosa a cui Hanna si aggrapperà instancabilmente per resistere in quel mondo pazzo che ha costretto lei e tante altre persone tra le mura di un recinto, come bestie. La musica sarà un mezzo per conservare ogni briciola di speranza e di sanità, aiutarla a sperare che i russi siano vicini, dovesse anche trattarsi di una sinfonia suonata a memoria nella sua mente o sulle spalle della madre.

Il libro è scritto in modo molto semplice e immediato, il che rende la lettura scorrevolissima. L’esperienza vissuta nei campi di concentramento l’ho trovata descritta molto meno crudamente rispetto a tanti altri libri che letto in merito; anche se non importa tanto il modo in cui è descritto, quanto ciò che davvero è accaduto e cosa quelle parole ci riportano alla mente.

Per finire il finale ci lascia un messaggio di speranza, qualcosa che vorremmo sempre trovare in libri come questo: speranza nel futuro, credere che niente e nessuno potrà riportare un orrore del genere, speranza nel genere umano.

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Tschüss, Em.

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  • Sarà anche l’ora che io legga qualcosa del genere… Non che mi manchi la disponibilità… Ho comprato “La pianista di Vienna” di Mona Gobalek. Forse per la prossima Giornata della Memoria 🙂

    Capisco il valore che viene attribuito alla musica… Anche io suonavo il piano e, anche oggi come allora, mi salva dalla realtà, come se mi immergessi nella lettura di un libro avvincente 🙂 So che non è la stessa cosa, ma comprendo perfettamente l’immagine che ne viene dipinta nel romanzo ^_^

    • Em

      A me piace leggerne per essere cosciente di ciò che è successo, ovviamente per ricordare tutto ciò che è stato fatto. Ma comunque se per Hanna era la musica, per ogni persona c’era qualcosa.