La notte di Lisbona | Recensione

Se è vero che si ritorna sempre dove si è stati bene, è giusto che io ritorni puntualmente da Erich Maria Remarque – soprattutto dopo una delusione letteraria – per rialzare il morale. Questa volta la mia scelta è caduta su “La notte di Lisbona“, romanzo ambientato nella capitale portoghese con un arco temporale di una notte. Ci troviamo nel 1942 e molte persone cercano ancora di scappare per l’America, attraverso il porto di Lisbona, nonostante il costo elevato del viaggio e la difficoltà nel ricevere il visto necessario. Tra queste un fuoriuscito  osserva disperato la nave ancorata, sulla quale non ha nessuna possibilità di salire insieme alla moglie. Ma quella stessa notte viene approcciato da un tedesco che dichiara di avere a disposizione due biglietti di cui vuole liberarsene. Il prezzo? Fargli compagnia per tutta la notte e ascoltare la sua storia. Nonostante la pericolosità di quel gesto – il tedesco potrebbe essere benissimo un ufficiale in borghese – il primo uomo accetta l’accordo, perché sembra essere la sua unica via di salvezza.

Comincia così il racconto di uomo perso, anch’essi un fuoriuscito, che viaggia con il documento di un austriaco morto di nome Schwarz, e che si arrischia a tornare a Osnabrück, città natale dove è ricercato dalla Gestapo, pur di rivedere la moglie di cui non ha notizie da cinque anni – più degli anni in cui hanno realmente convissuto – e con la quale crede di non essersi mai capito realmente. Questa non è solo la storia di un amore travagliato, che si mostra per davvero solo quando è proibito, ma è un viaggio alla ricerca di se stessi e di un sentimento che possa far sentire vivi, una ragione all’essere al mondo anche quando il governo ti vorrebbe morto o chiuso in un campo di concentramento.

La città che prima mi era apparsa sconosciuta, familiare ed estranea, cominciò a vivere. Lo sentii perché io stesso avevo ricominciato a vivere. L’esistenza anonima degli ultimi anni che era stata soltanto una sopravvivere, un crescere senza frutto fa un giorno all’altro non mi parve del tutto inutile. Mi aveva plasmato e come un fiore oscillante, sbocciato in segreto, provai improvvisamente un senso di vita che non avevo avuto prima: il romanticismo non centrava per nulla, ma era così nuovo, così eccitante, come se fosse un grande fiore tropicale, luminoso, apertosi per magia su un arbusto mediocre, dal quale si poteva semmai aspettarsi qualche piccola gemma modesta e mediocre.”

Questa non è la ricerca dell’eternità o l’affannarsi cieco per creare qualcosa che possa essere trasmesso ai posteri, nel quale apporre la memoria di sé. A Schwarz non importa essere ricordato, vuole solo afferrare la salvezza che gli è stata strappata dalle mani a causa della pazzia di altri, ma soprattutto il diritto di stare con la donna amata senza dover cambiare il nome o scappare da un posto all’altro come profugo. La sua è una richiesta è innocua e semplice, che durante la seconda guerra mondiale era semplice utopia e follia, qualcosa di irrealizzabile per cui non bastavano i migliori inganni e sotterfugi, perché c’era sempre qualcuno dietro l’angolo pronto a tradirti e a sbatterti dentro – peggio ancora se poi quel qualcuno è di famiglia. Un desiderio che proverà a realizzare a qualsiasi costo, superando gli ostacoli più impensabili, ma sarà poi stroncato all’ultimo a causa di una cosa così naturale, ma che allo stesso tempo appare così insignificante di fronte alla furia nazista.

Ma bisogna sempre tenere gli occhi addosso all’impossibile e dire che è impossibile? Non è meglio rimpicciolirlo e lasciare entrar così un briciolo di speranza?”

E tutto questo Schwarz decide di tramandarlo alla voce narrante del libro, perché anche quando la sua memoria comincerà a rovinare ogni piccolo dettaglio in una furia distruttrice, rimanga ancora qualcuno che sappia cosa significhi l’aver vissuto finalmente, all’improvviso, quando tutto sembrava perso e la propria vita una menzogna.

Erich Maria Remarque alla scrivania sulla quale è stato scritto, tra gli altri, “La notte di Lisbona”.

Ancora una volta Remarque si abbatte contro il sistema e la morale nazista attraverso la storia di un uomo, la cui vita viene distrutta a causa del desiderio folle di pochi eletti, e che nel suo cammino incontrerà tanti profughi, fuoriusciti ed ebrei alla ricerca della stessa salvezza; persone diventate pazze e cattive, pur di portare in salvo ciò che gli è più chiaro, per nulla disposti a guardare in faccia all’altro che si trova nella stessa condizione. Ancora una volta costringe il lettore a riflettere sulla vita, sulle cose apparentemente così banali e su noi stessi.

La storia scorre abbastanza velocemente e intensamente, e il lettore non incontra nessun tipo di ostacolo quali prosa difficile e lenta o elementi di scrittura che possano appesantire la lettura. Posso affermare quindi, anche questa volta ritornare al porto sicuro è stata la scelta migliore e le aspettative di lettura non sono state affatto deluse.

Anche questa volta il libro che vi ho proposto non è fuori stampa e quindi potete acquistarlo senza problemi in edizione Neri Pozza. Vi lascio qui il link per farlo su Amazon, nel caso in cui la mia recensione vi abbia convinto. E sebbene certe volte mi sembra di diffondere il mio amore per questo autore al muro , continuo imperterrita nella mia missione, dovessi anche essere io stessa a ritradurre tutti i libri e regalargli una nuova edizione – il che, sia chiaro, non mi dispiacerebbe affatto. E ci tengo a ringraziare tutti coloro che ogni tanto mi scrivono per farmi sapere che hanno scoperto Remarque grazie a me, perché per quanto siete pochi è sempre un piacere sentirselo dire; siete voi che mi date speranza.

Tschüss, Em.

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