Grandi Incipit #3

Per farvi compagnia in questo martedì un po’ grigio ho deciso di riprendere la rubrica dei Grandi Incipit; ecco i protagonisti di oggi:

Due di Irène Némirovsky

Si baciavano. Erano giovani. I baci nascono in modo così naturale sulle labbra di una ragazza di vent’anni! Non è amore, è un gioco: non si insegue la felicità, ma un attimo di piacere. Il cuore non desidera ancora niente: è stato colmato d’amore durante l’infanzia, saziato di affetto. Che taccia, adesso. Che dorma! Che lo dimentichi!41ca5c0729c150d79a5ba8c7aa21b7d3_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

Mentre pensavano a quali incipit inserire in questo terzo articolo della rubrica, mi è venuto in mente questo piccolo capolavoro – per me tutti i libri di Irène lo sono. Quello che suggerisce questo è a primo impatto amore, tuttavia già al secondo e terzo rigo ci accorgiamo che c’è qualcosa in più: è amore, ma allo stesso tempo non è amore. Cosa accomuna e unisce i due giovani che a breve ci saranno presentati? Cosa li divide, cosa li tormenta?
Questo, come altri che ho già inserito in altri articolo, ci anticipa già ciò che potrebbe accadere, se utilizziamo a dovere il nostro occhio allenato.
È amore, ma non amore. È desiderio, è tragedia, è la ricerca della felicità, ma di essa stessa non ci si accorge.
Per chi suona la campana di Hemingway

Il mento poggiato sulle braccia incrociate, l’uomo era disteso sulla terra bruna del bosco coperta d’aghi di pino. Sulla sua testa il vento investiva, fischiando, le cime degli alberi. 
In quel punto il versante del monte si addolciva ma un poco più in giù precipitava rapido,  e l’uomo poteva vedere la traccia nera della strada incatramata che, serpeggiando, attraversava il valico.
Parallelo alla strada correva un torrente e giù, sulla sponda del valico, l’uomo vedeva una ruota idraulica e l’acqua scrosciante della chiusa, bianca sotto il sole estivo.6993_HemingwayEPerChiSuonaLaCampana_1276179063

Non ho davvero mai letto questo libro, un giorno stavo aspettando un’amica alla Feltrinelli in stazione – e fortuna averne una così fornita proprio lì – e cominciai a leggere Hemingway. Questo inizio in medias res mi ha subito colpito: mi ha suggerito pericolo, invettiva e voglia di agire; mi ha detto che c’è un’azione in corso dalla quale chissà cosa e chi dipende. Non in secondo luogo, mi ha fatto venire voglia di conoscere l’uomo senza nome e sì ho continuato a leggere non curante del mondo attorno a me, fino a quando – ahimè – sono stata richiamata alla realtà dalla persona che stavo aspettando.

Il barile di Amontillado di Poe

Avevo sopportato come meglio avevo potuto i mille affronti di Fortunato, ma quando egli osò passare agli insulti giurai vendetta. Voi, che conoscete così bene la natura della mia anima, non penserete, tuttavia, ch’io pronunciassi qualche minaccia. Mi sarei vendicato alla fine; questo era un punto definitivamente stabilito, ma la stessa determinatezza con cui era stato risolto precludeva l’idea del rischio. Non solo io dovevo punire, ma punire rimanendo impunito.img2

Questo è un piccolo racconto di Edgard Allan Poe che non avrei mai letto se non mi fosse stato assegnato. Merita posto in questa rubrica perché ti costringe letteralmente ad andare avanti con la lettura: chi sta parlando? A chi si sta rivolgendo che conosce così bene la natura della sua anima? Chi è Fortunato ed esattamente quali insulti gli ha mosso per far scaturire una tale sete di vendetta? Come si vuole vendicare?
Cavolo! Così poche righe, ma così tante domande… E per lo più comincia già a suscitare un po’ di ansia e un senso di mistero. Poe voleva certamente suscitare nel lettore tante emozioni, era uno dei suoi scopi stilistici e qui, sicuramente, ci riesce dall’inizio, aumentando poi di grado.

Moby Dick di Melville

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.moby-dick

Non sarà sicuramente tra i classici che ho amato di più e quelli che mi hanno rapito di più durante la lettura, ma non posso certamente negare l’eleganza di questo Incipit. Forse non mi lascerò andare alle innumerevoli visioni critiche degne da un’aula università, ma vi dirò che quell’Ismaele mi è diventato subito amico non appena ho cominciato a leggere: rivolgendosi in questo modo al lettore crea con lui un rapporto intimo, lo fa suo amico e, di conseguenza, lo induce a continuare. Non avrò amato il libro davvero, ma durante la narrazione ho continuato a provare questa simpatia inspiegabile per il narratore, nonostante si lasciasse andare troppo spesso a digressioni sulla testa o l’intestino della balena di cui poco m’interessava.

E voi questi libri li avete letti? Cosa avete pensato dei loro incipit?

Tschüss, Em.

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