Fratelli di sangue | Recensione

Fratelli di sangue

Buongiorno e buona sera tutti,

il protagonista di questa mia recensione sarà “Fratelli di sangue” di Ersnt Haffner, romanzo uscito nel ’32 e condannato al rogo dei libri a causa della cruda descrizione della Berlino negli anni dell’ascesa del nazionalsocialismo. Ancora oggi dell’autore – e della sua misteriosa scomparsa – si hanno pochissime notizie. Nel 1942 furono bruciate anche le poche copie rimaste in archivio ad Amburgo, tuttavia in anni recenti è stata ritrovata un’unica copia, responsabile della riscoperta dell’autore in seguito alla ripubblicazione in Germania avvenuta nel 2013. Già da qui possiamo costatare che la storia di questo libro ha dello straordinario.

Il romanzo narra le vicende di ragazzi orfani e senza tetto, abbandonati a se stessi e abituati a vivere alla giornata, spendendo tutto ciò che riescono a guadagnare con piccoli furti e marchette in birra, sigarette, prostitute e quel che serve per placare lo stomaco. La maggior parte è minorenne ed è scappata dal riformatorio, pochi sono quelli che raggiungono e superano i ventuno anni. Lo sfondo sono i quartieri poveri di Berlino, strade sudicie e desolate nelle quali risuonano gli stomachi vuoti, nonostante il chiasso dei mendicanti e dei magnaccia. Le stesse strade oggi piene di turisti e luoghi di attrazione sono state descritte da Haffner con minuziosità in tutta la loro crudeltà. E tuttavia ogni ragazzo che fa parte della banda dei Fratelli di sangue ha scelto questa vita, perché considera migliore una vita affamata e relativamente libera, che un’altra trascorsa in un istituto di riformatorio con la pancia piena, ma costretti a subire le angherie dei professori.

Ma anche andando avanti a pietà, la facciata comincia a sgretolarsi non appena viene a mancare una figura forte che li guida; al suo posto dei bambini impauriti che improvvisamente non riescono ad attribuire un senso alle loro giornate. Ma allo stesso tempo la vita dura che hanno condotto sin da piccoli li ha resi più spavaldi e prepotenti, arroganti e pretenziosi. L’autore ci mostra che nella maggior parte di loro non risiede più speranza e ciò vuol dire nessuna crescita morale, condannati allo stesso circolo vizioso ogni volta che vengono acciuffati dalla polizia.

Confesso che mi ero aspettato una narrazione più lenta a causa dei temi e delle scene forti da digerire, tuttavia Haffner è riuscito a trovare l’equilibrio perfetto tra realismo crudo e fascino, per far sì che la povertà e la crudeltà che penetrano dalle sue parole non bloccassero il lettore nel suo viaggio. Il tema e gli anni trattati, per chiunque sia lontanamente interessato – o anche tanto come la sottoscritta – contribuisce a dare un motivo in più alla lettura nel suo complesso.

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Tschüss, Em.

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