I figli della mezzanotte | Recensione

Buon lunedì sognatori,

cominciamo questa settimana con una nuova recensione: I figli della mezzanotte di Salman Rushdie. Questo è un libro con una mole non indifferente – 637 pagine nell’edizione oscar contemporanei – e ho voluto gustarmele tutte, una per una, con calma, motivo per il quale ho impiegato quasi tre settimane; anche perché arrivata agli ultimi capitoli, rimandavo per non dover abbandonare tutti i personaggi. Ma veniamo alla storia:51SQM6eHweL._SX318_BO1,204,203,200_

Saleem Sinai, in procinto di morire, decide di raccontare la propria tragicomica storia e quella della sua famiglia: è una straordinaria saga familiare che si dipana per quasi tutto il ‘900 mescolandosi all’India e le sue sorti, anzi potremmo dire causando parte delle sue sorti. Saleem è nato il 15 agosto del 1947 allo scoccare preciso della mezzanotte e questo fa di lui un figlio della mezzanotte insieme a circa altri 500 bambini: questi sono tutti dotati di caratteristiche particolari, ma più sono nati vicino all’una di notte, più il loro potere va affievolendosi. Il narratore di questo libro è capace di leggere nel pensiero, ma anche di tenere all’interno della propria mente le riunioni di questo speciale club.

Comprai questo libro attirata dalla quarta di copertina, ma si è rivelato del tutto diverso da come lo immaginavo: leggendo di questi bambini mi aspettavo una storia totalmente incentrata su di loro, ma non è così. I bambini entrano nello scenario a quasi metà della narrazione e nelle prime pagine ammetto di aver pensato “ho cominciato il libro giusto?” perché mi è apparso avanti tutto un altro mondo descritto in maniera molto enigmatica, intrecciando il presente di Saleem con la gioventù di Aadam Aziz, suo nonno. Questo stile in parte confuso va sfumando man mano che ci accingiamo a raggiungere la fine del libro, ma persiste per la maggior parte del romanzo: il narratore va avanti anticipando cose che non spiega e lascia lì per il futuro prossimo, rispondendo solo a poche domande e scatenando nel lettore una curiosità enorme. Motivo per cui consiglio a tutti d’armarsi di pazienza prima di cominciarlo.

Lasciando da parte la mia iniziale interdizione ho deciso di buttarmi a capofitto nelle pagine, mi sono lasciata inghiottire da una Bombay all’alba dei suoi giorni, dai diversi modi di concepire la vita e soprattutto dalle avventure del piccolo – e poi grande – Saleem. Non nego che con questa decisione ho potuto far mio anche lo stile dell’autore e credo che raccontata in modo diverso, questa grande storia dell’India non sarebbe stata la stessa, avrebbe potuto rivelarsi addirittura banale.

La narrazione è ricca di sorprese, sono presentati tanti e diversi personaggi che influenzano la vita di Saleem prima e dopo la sua nascita perché come lui stesso ammette un paio di volte, tutte le cose importanti della nostra vita avvengono in nostra assenza e a sua volta ogni mossa, o quasi, che compie, produrrà un effetto domino che avrà ripercussioni anche sulla sua patria. Per questo lui è responsabile e non responsabile della storia dell’India, per questo il romanzo deve necessariamente intrecciarsi a questi eventi storici: perché il romanzo fa la storia.

Come vi ho anticipato all’inizio di questa recensione ho avuto un po’ difficoltà a terminarlo, non perché fosse brutto, ma al contrario perché non volevo lasciar andare nessuno e mi ci vorrà un po’ per metabolizzare ogni emozione.

Concludo consigliando vivamente il romanzo.

Tschüss, Em.

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