Cristo si è fermato a Eboli | Recensione

Buongiorno a tutti,

oggi voglio parlarvi di un grande libro di letteratura italiana del ‘900: Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, medico, pittore e poi scrittore.

Per tanti anni ho visto questo libro in libreria senza esserne attirata e poi un giorno ho pensato “perché no?” senza sapere nemmeno di che parlasse, ma consapevole che avrei dovuto presto colmare la mia lacuna.

Questa è la storia vera dello scrittore che durante gli anni 30 fu confinato in Lucania dal governo fascista e abitò tra due villaggi, prima Grassano e poi Gagliano. Per anni mi sono interrogata sul significato del titolo, il quale è spiegato proprio nelle prime pagine e qui di seguito ve lo riporto:

“– Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli –. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla piú che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. Ma la frase ha un senso molto piú profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani, che presidiavano le grandi strade e non entravano fra i monti e nelle foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiú il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono andati di là dai confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli.”

Comincia così la storia di questa esperienza, la storia degli abitanti di Gagliano che formavano un piccolo loro mondo a parte, su territorio italiano, ma allo stesso tempo fuori dal quel territorio. Perché questa piccola comunità contadina con tutti i suoi problemi, le malattie, i medici da strapazzo, le formule magiche e le scrofe da sanare doveva pensare a sopravvivere, procurarsi il pane sulla tavola a pranzo e aveva già fin troppo a cui pensare, non può preoccuparsi del fascismo e dalla società italiana che di loro se ne infischiava.

Carlo Levi si fa ambasciatore di un problema troppo comune e troppo sottovaluto – e i cui frutti non sono ancora oggi del tutto marciti – quello meridionale, la questione di villaggi fin troppo tempo lasciati al proprio destino, derubati delle piccole cose che spetterebbero a ogni essere umano, costretti a vivere nella miseria. L’autore ci racconta quel suo iniziale scetticismo nell’entrare nella vita quotidiana di Gagliano, deluso anche per essere stato spostato da Grassano, città nella quale ormai si era ambientato e alla quale si era legato. Tuttavia con lo scorrere delle stagioni, comincerà a capire anche gli ingranaggi di questi altri e cercherà di essere d’aiuto fino a quando, circa dieci anni dopo, incapace di portare a termine la promessa fatta di tornare a trovarli, deciderà di raccontare la loro Storia.

Ho trovato lo stile di Carlo Levi molto leggero, d’altronde è simile a quello di un diario, ma anche ricco di riferimenti storici – e non poteva essere altrimenti – che possono solo aiutare a capire la situazione di quelli che per quasi due anni sono stati suoi concittadini. Ho pensato che è un libro che ogni italiano, come tale, dovrebbe leggere: non importa dove sia nato e dove sia cresciuto, questa storia è parte della storia del nostro paese, una parentesi totalmente diversa da quelle che si studiano nei libri di storia e che proprio per questo va diffusa.

La conclusione a questa recensione non può che essere, dunque, un invito a cominciare questo libro. Vi lascio il link per l’acquisto su amazon e vi auguro buona lettura.

Tschüss, Em.

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  • Ho sentito parlare parecchio di questo libro, ma mai l’ho letto… Forse dovrei anche io lanciarmi nell’impresa… Chissà se mi piacerebbe… Io ci spero sempre XD ahah

    • Io non credo mi sarebbe piaciuto così tanto. In effetti fin quando non lo leggi, non è il libro da cui ti aspetti determinate emozioni. P.s. scusami il ritardo nel risponderti.