Cecità | Recensione

In questa fredda giornata di inizio anno, sto qui a scrivere la prima recensione del 2017, impresa non facilissima visto che parliamo di un libro che mi è piaciuto tantissimo. Come avrò detto altre volte, infatti, per me è sempre più facile recensire un libro che non mi è per niente piaciuto. Il libro di cui sto parlando è “Cecità” di José Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998.

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In una città senza nome, persone senza nome perdono improvvisamente la vista a causa di un mal bianco che si diffonde velocemente. L’epidemia è definita così perché la cecità, invece di portare oscurità, porta un biancore accecante. I primi a esserne colpiti vengono internati dal governo in un vecchio manicomio, nel tentativo di bloccare l’epidemia. Tra questi troviamo Il primo cieco, la moglie, Il medico, la moglie del medico, un ragazzino strabico, la ragazza con gli occhiali scuri e il vecchio con la benda nera.

Mentre la vecchia struttura pian piano si affolla, Saramago ci mostra a cosa la cecità dell’uomo può portare: al degrado, a essere delle bestie che non meritano nemmeno di essere chiamate animali. Tutti noi abbiamo degli occhi per vedere, ma sembra che non ce ne serviamo.  Ci fermiamo sempre al primo impatto, non proviamo mai a vedere cosa sta dietro un gesto, una parola, uno sguardo e tanto altro. Ci facciamo guidare da un istinto cieco, da una ragione cieca e ciò che ne ricaviamo è il divenire bestie incapaci di provare sentimenti che non siano egoismo e cattiveria.

E mentre gli internati vengono lasciati sempre più soli perché la cecità è arrivata a colpire anche i “pezzi grossi” del governo, tra i ciechi sembra esserci una donna capace di muoversi meglio degli altri, come se conservasse ancora una traccia del vecchio mondo: la moglie del medico, inspiegabilmente, non verrà colpita dal mal bianco e i suoi occhi saranno anche quelli del lettore, quelli che registreranno l’alto grado del decadimento.

Ma, come ella stessa farà notare al marito, questa sua salvezza si trasformerà in un peso, l’inciviltà che scoprirà fuori dal manicomio le farà perdere comunque la vista, anche se in modo diverso: “sono cieca della vostra cecità, forse potrei cominciare a vederci meglio se fossimo più gente a vederci.”

Quello dell’autore portoghese è un libro bello, ma crudo, particolare anche nello stile. La scrittura è serrata, non ci sono punti a capo, così come non esistono le virgolette del discorso. I dialoghi si susseguono uno dopo l’altro, separati solo da una virgola e differenziati da una lettura maiuscola. Tuttavia passata l’iniziale sorpresa, il lettore si lascia trasportare da questa strana narrazione, senza sensi di colpa e sempre più rapito dalla storia. Non ci vuole molto ad abituarsi.

Ho trovato il tutto a dir poco straordinario e sono davvero contenta di aver scoperto un autore come Saramago, di cui ho certamente intenzione di recuperare altri libri. Se voi ancora non lo avete letto ve lo consiglio caldamente.

Tschüss, Em.

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