Arco di trionfo | Recensione

Buongiorno a tutti lettori,

da poco ho concluso “Arco di trionfo” di Remarque, un romanzo che mi è piaciuto sin dalle prime pagine e del quale potremmo parlare all’infinito, sperando che le parole non mi abbandonino come succede spesso quando voglio parlarvi di un libro che si è conquistato dritto un posto fra i miei preferiti.

Protagonista di questo secondo romanzo di successo per l’autore tedesco è Ravic, un medico tedesco che abita illegalmente in Francia all’alba della seconda guerra mondiale già da alcuni anni. Una notte, di ritorno dalla clinica, incontra una donna sola e disperata che ha appena perduto il compagno e non sa che fare della sua vita. Ravic la aiuterà per puro scrupolo di coscienza, anche se poco dopo già se ne pentirà perché ha paura che questa voglia accollarsi troppo a lui che fugge non solo dalla patria, ma anche da relazioni  e contatti che possano intrappolarlo e ostacolargli la vita da profugo. L’unica persona di cui si fida e con il quale si confida è Morosow, vecchio immigrato russo. Proprio da questo sarà incitato ad aiutare la donna, perché vivere significa vivere di altri. Ci divoriamo a vicenda, noi uomini. E, quando c’è un piccolo sprazzo di bontà, non lasciamocelo sfuggire. Rinforza, quando si vive una vita dura.

Quella narrata è una storia di amore e vendetta. Amore perché involontariamente Ravic finirà per innamorarsi di quella donna che risveglia in lui una vitalità che pensava di aver ormai dimenticato, un calore che lo rianima e del quale tutto sommato non arriverà mai a pentirsi. Vendetta perché un giorno, seduto al Foquet, Ravic vedrà gli spettri del suo passato che torneranno a tormentarlo e al quale dovrà porre in qualche modo rimedio, anche quello più drastico. L’amore e il desiderio di vendetta che risveglieranno il medico profugo e lo strapperanno a quella vita buia e senza obiettivo se non quello di non farsi espellere.

Sullo sfondo la società parigina degli ultimi anni ’30, dove si può toccare con mano la guerra imminente ma nella quale la maggior parte dei cittadini vuole continuare a illudersi che si arriverà a un accordo ancor prima della dichiarazione di guerra. In particolare ci vengono descritti i sobborghi, le basse leghe, le case di compagnia e le bettole, gli alberghi pieni di profughi e ciò che nascondono le maschere della borghesia.

Come in tutti i romanzi di Erich Maria Remarque la guerra è sempre presente, questa volta non è messa direttamente sotto i riflettori, ma viene criticata per vie un po’ trasverse. Ravic è scappato dalla Germania a causa della Gestapo che lo aveva torturato e vive da profugo perché non può ricevere documenti da immigrato. Tutto ciò che gli è accaduto da quel momento in poi e una lunga serie di conseguenze che la fuga – inevitabile – ha scatenato e la vendetta che egli tanto brama sarà proprio verso un soggetto del partito nazista. Attraverso tali eventi lo scrittore, quindi, non perderà l’occasione di attaccare la guerra e ciò che è diventata la Germania in quegli anni.

La conclusione potrebbe apparire a prima vista deludente e lontana da ogni speranza, ma Ravic si abbandona ad essa perché sa che in fondo ha avuto molto più di quanto avrebbe mai osato sperare in quegli anni buoi e senza un preciso senso; perché è riuscito a riaccendere la sua esistenza e lasciarsi il passato alle spalle senza rimorsi o rimpianti.

“Tutto era bene. Ciò che era stato e ciò che stava per venire. Basta. Se doveva essere la fine, che lo fosse. Aveva amato un essere umano, ne aveva odiato un altro. Entrambi lo avevano liberato. Uno aveva fatto rifiorire il suo sentimento, l’altro aveva sciolto il suo passato. Nulla era rimasto indietro che non fosse compiuto. Nessun desiderio più: non odio, non rimpianto. Era un nuovo inizio? Ebbene, senza speranze, con la semplice forza dell’esperienza, fatta più salda e compatta, avrebbe ricominciato. Le ceneri erano disperse, le membra paralizzate avevano ripreso a vivere, il cinismo era divenuto forza. Era bene.”

Non mancherà anche con questo romanzo di Remarque un articolo ricco di citazioni – ne ho sottolineate davvero tante – ma intanto, se ancora non lo avete fatto, potete leggere quelli dedicati ai due romanzi letti l’anno scorso “Niente di nuovo sul fronte occidentale” e “Tempo di vivere, Tempo di morire”.

Mi spiace dirvi che anche questo è fuori stampa in Italia, come metà dei romanzi dell’autore, ma che potete trovare ancora su siti dell’usato o mercatini. La mia è quella che vedete in foto, in forma smagliante con quell’odore che solo i libri vecchi sanno emanare e con qualche refuso sul quale ho voluto chiudere un occhio. Cercatelo perché ne vale davvero la pena e non saprei in quali altre lingue dirvelo.

Tschüss, Em.

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